Articolo

IL FILO DI SCOZIA

lettera

IL FILO DI SCOZIA

Questa è una piccola storia che ci viene ricordata da Dolores, ambientata nel nostro negozio. Pubblicandola vogliamo ringraziarla e condividere con voi questa esperienza diretta.
Grazie Dolores!


(Novembre 2019)

È seduta sulla cassapanca vicino al camino. Il fuoco scoppietta allegramente ed emana un tepore che ti avvolge e ti coccola in un dolce abbraccio, mentre pezzi di faggio, noce e quercia nel grande cesto di vimini vicino al camino, aspettano pazientemente il loro turno per continuare ad alimentare quelle fiamme voraci, che con la loro danza frenetica ti ipnotizzano, estinguendo ogni pensiero, lasciandoti vuoto e leggero allo stesso tempo.
Fuori il tempo è ostile. Il cielo, di un grigio plumbeo, si intravede a malapena a causa della fitta coltre di nebbia che con le sue lunghe dita viscide ti penetra fino alle ossa, attanagliandoti in una umida e appiccicosa morsa fredda.
Piove, quel tipo di pioggia insistente che si protrae per settimane, e che – a secondo da quale parte tira il vento – sa già di neve, segno inconfondibile che l’inverno e alle porte. Si, il mese dei morti sta facendo tutti gli onori al suo nome: piovoso, grigio e spoglio.

Osservo la silhouette un po’ curva accanto al fuoco, le vecchie mani rugose e consumate di tanta vita, raccolte in grembo, testa china, occhi chiusi, rapita nei pensieri. Il silenzio si fa assordante mentre il crepitare del fuoco e il lambire delle fiamme incominciano a sonnecchiare, facendo posto ai tizzoni ardenti e al diffondersi delle braci. Che miracolo la conquista del fuoco, penso, mentre continuo a fissarlo. Le braci rosse, che adesso emanano un calore insopportabile, riscaldando anche l’ultimo angolo del cuore.
Mi alzo senza far rumore, per non disturbare la quiete. Ma a lei non sfugge nulla e a sua volta si alza con prudenza, a causa dei dolori al ginocchio. E mentre aggiunge un ulteriore tozzo di legno per rattizzare il fuoco, dice che ha bisogno di un favore grande. Dice che è vecchia e che se non è oggi e domani che morirà. Perciò vuole assicurarsi che tutto sia pronto, per quando arrivi quel giorno.

“Mamma!”, sbuffo, sforzandomi di non alzar gli occhi al cielo. Non mi piace quando parla di morte, mi sento impotente. Le dico di non aver fretta, che per morire c’è sempre tempo. Ma lei insiste dicendo che ha bisogno di un piacere:
“Potresti comprarmi un bel completo di biancheria intima di colore rosa? Una canottiera a mezza manica bella ricamata, mutande e anche un paio di calzini? Voglio preparare gli indumenti con i quali mi vestirai quando sarò morta. Il vestito già c’è l’ho,” dice, “voglio che tu mi metta quello che ho indossato al tuo matrimonio.”
C’è l’ha appeso nel armadio dal 1977. Un capo stupendo, lungo, con un disegno floreale retro, flower power hippie style, come si usava a quel tempo. Aveva 45 anni, quando quel giorno lo indossava.
“E mi raccomando tanto,” dice, “ sappiate che quando io sarò morta, non voglio essere sepolta, voglio essere bruciata come il mio Bortolo. Perché solo al pensiero che mi mettano sotto terra, chiusa in una bara, io mi sento soffocare!”
Lo dice con enfasi, gli occhi spalancati, mentre di riflesso la mano le vola alla scollatura, vi si aggrappa e la tira verso il basso, come temesse che l’aria potesse venirle a mancare. La situazione è tragicomica e non priva di macabrità. La guardo e oso dire seria:
“Mamma, ma quando si è morti, non si sente più nulla…”
“No, no, non voglio sotto terra, io soffoco!”
Percepisco l’urgenza di quell’espressione e ne comprendo la serietà. La tranquillizzo e le assicuro che avremo sempre rispettato la sua volontà, come lei aveva fatto con papà.
Seguendo un istinto primordiale mi infilo il cappotto, avvolgo il foulard al collo mentre allo stesso tempo cerco di non perdere l’equilibrio nel tentativo di infilare con forza le scarpe al contempo senza l’aiuto delle mani, decidendo di effettuare subito quest’acquisto, che a lei sta tanto a cuore.

Mi avventuro fuori. Pioggia, nebbia e freddo mi pungono il naso e gli occhi, facendomi starnutire ripetutamente. Il nuovo mini ombrello pieghevole, restio ad aprirsi, pende già da un lato. Sarà perché era il regalo economico di fine anno di una ditta ai suoi clienti, penso, mentre acqua piovana mi gocciola giù per il collo. Mi rifugio in macchina, bagnata e infreddolita, dopo vani tentativi di chiudere questo benedetto parapluie di dubbia produzione. Con poco garbo finisce ai piedi del sedile del passeggero, e l’ombrello – come volesse vendicarsi – con uno scatto automatico si riapre e acqua mi schizza in faccia e nell’abitacolo.
Quanto detesto il mal tempo!
Cauta infilo il mio SUV per le viuzze strette fino ad arrivare sulla strada provinciale. Non c’è anima viva. Già, e chi si muove con questo tempo da cani, penso.
Mi lascio alle spalle il paese sparito sotto una fitta coltre grigia, procedendo con prudenza. I fari fendinebbia lottano per fornirmi un minimo che di vista, ma densa caligine riduce la visibilità ad un palmo dal naso. Sono le dieci del mattino e sembra che si stia facendo notte. Scenario apocalittico!

Scendo a valle concentrata, tesa e con il piede sempre pronto ad intervenire sul freno e la mano sul clacson, ringraziando la sorte ogni qualvolta un banco di nebbia si lacera per alcuni istanti, permettendomi di orientarmi e di vedere un pezzo della strada tortuosa. Finalmente, dopo quello che mi sembrò un’eternità, sono a valle, felice di non aver incontrato traffico.
Menomale, in pianura la foschia si sta diradando. Solo qua e là continuano a persistere, incuranti, alcuni banchi di nebbia. I tergicristalli ripartono, si è rimesso a piovigginare.
Inizio a rilassarmi, mentre un timido e inatteso raggio di sole squarcia il minaccioso grigiore che mi circonda, ingraziandosi la mia simpatia, permettendomi di catturare un fugace sguardo sul pallore offuscato del sole novembrino, prima che il sipario cali di nuovo.

Decido di fare gli acquisti a Feltre, in un piccolo negozio esclusivo che da più di 100 anni accoglie i suoi clienti con gentilezza e professionalità. Lascio la macchina sul piazzale della Lana, che si trova a due passi. Senza ombrello e incurante del disastro che la pioggia causa alla già sofferta acconciatura dei miei capelli, filo dritta in bottega, dove un mondo magico e luminoso mi accoglie. Un mondo che fa battere il cuore di ogni donna, facendola sognare. I magnifici capi di lingerie esposti, realizzati in soffice cashmer, mohair pregiato, calda lana merino, fresco cottone, prezioso pizzo, morbido raso e seta fluente, emanano un’aurea di lussuosa eleganza e un tocco di frivolité.
Che meraviglia.

Rapita, per un attimo dimentico la ragione per la quale sono qui, e mi perdo nella contemplazione di tanta squisitezza.
La padrona del locale – una donna piccola, dai corti capelli bianchi dal taglio perfetto, che risaltano un bel volto senza età, ben curata e dalla voce amabile – esce dal retrobottega, dandomi il benvenuto.
“Sono qui con un desiderio piuttosto insolito,” le confido, lieta di trovarmi lì sola con lei.
E le racconto della mamma, una donna forte e coraggiosa che ha affrontato le tante avversità della vita con grande forza d’animo, impareggiabile energia e bontà di cuore e che adesso, all’età di 87 anni, ha deciso di non lasciare nulla al caso – per quanto sia possibile – e di preparare l’abbigliamento da farsi mettere, quando il suo ultimo giorno sarà arrivato, facendoci promettere di non seppellirla, ma di farla cremare.
“Così mi ha incaricato di acquistarle un completo di biancheria intima di colore rosa. Preferibilmente una canottiera a mezza manica ricamata, mutandine e un paio di calzini.”
La proprietaria mi ascolta con un’espressione di empatia e complice intesa.
Con un gran sorriso e un: “Cara questa mamma! Allora vediamo subito come possiamo renderla felice,” allunga il braccio verso una delle numerose scatole dal disegno elegante esposte sullo scaffale della parete. La apre con garbo e ne estrae una magnifica maglietta in un misto di lana merino e seta dal colore rosé, lavorata con un delicatissimo pizzo splendido.
Proprio come me la immaginavo!

Una profonda soddisfazione mi pervade, mentre accarezzo con tocco leggero il lussuoso dessous. La signora si rivolge alla giovane commessa che in quel momento era rientrata, chiedendole aiuto nel cercare mutandine della stessa casa produttrice, che facessero gioco con la maglietta.
Ma purtroppo non ne hanno.
Estrae allora vari tipi di mutande di diversi colori e fattura per lo più classiche, comode e pratiche, spiegando i pregi della lavorazione di ogni marca. Mi vede scettica per quanto riguarda i colori. Allora mi propone un semplice capo bianco di altissima qualità in filo di scozia. Si tratta di un pregiato cotone, di filato a due o più capi ritorti, di aspetto molto lucido simile alla seta e di resistenza tenace. Si, un bellissimo modello. Penso che il bianco potrebbe essere un’alternativa accettabile, perché combacia benissimo con il rosé. Per completare mi consiglia un paio di calzini modello caviglia in filo di scozia elasticizzato, morbidi e perfettamente aderenti per un conforto eccezionale.
“Conforto eccezionale…”, le parole mi echeggiano in testa.
La guardo, poi tocco i calzini, accarezzo le mutande e sfioro appena quella creazione chiamata canottiera e penso alla loro destinazione. Non vestiranno mai un corpo caldo, pieno di vita… e un groppo così mi chiude la gola. La signora del negozio appoggia la propria mano sulla mia in un gesto di conforto.
“Ma la mamma sennò è autonoma? Sta bene?”, chiede preoccupata. Ingoio il magone e sorrido.
“Si, a parte i dolori al ginocchio, si arrangia ancora bene ed è lucidissima,” replico e decido di chiamarla con il cellulare. Voglio il suo parere sull’acquisto e soprattutto il suo consenso. Sono le undici e un quarto. Devo lasciare squillare a lungo, perché a quest’ora sarà in cucina, perché è un po’ sorda e il ginocchio le impedisce di muoversi rapidamente.
“Eilà mamma, volevo dirti, che la maglietta l’ho trovata. Bellissima, di un rosa delicato, in lana merino e seta. Credo proprio che ti piaccia. Però non hanno le mutandine uguali. L’alternativa sarebbe un paio di colore bianco, di qualità pregiata in filo di scozia. Che dici?”
“No, no, per carità, il filo di scozia no, quello non da caldo. Con quelle ho freddo,” esclama risoluta.
Mi vien da ridere, mentre il mio cinema mentale fa le capriole .
Vedo l’allegria dipingersi sul viso della proprietaria del negozio e mi rendo conto che il cellulare è messo in vivavoce e la sente anche lei.
Sbuffo allegra, “ Mamma, ma che dici! Il giorno che tu vestirai queste mutande, non avrai mai più freddo. Tu vuoi essere cremata, ricordi?”
“Ohh, Maria, Maria, ma quanto stupida situ,” dice, e ride di se stessa. “Hai ragione, allora non avrò più ne caldo ne freddo! Portami quello che vuoi,“ continua divertita, e adesso lasciami andare, che ho la polenta sul ‘foc’, sennò la se brusa!”e chiude il telefono.
La Maria mia, in carne ed ossa!

Sulla via di ritorno, con la compera accuratamente confezionata e pervasa da una senso di malinconico benessere, do spazio ai miei ricordi che – una volta sprigionati ed ispirati dal percorso che mi riporta sul altopiano, dove il piccolo paese dei miei antenati è situato – mi travolgono senza ordine di data.
E ripenso all’estate passata, quando lei per la prima volta accatastava una montagna di legna da ardere senza papà, che ci aveva lasciati per sempre l’anno prima. Mentre lavorava con destrezza ed un vigore non comune per una persona di 87 anni – raccogliendo anche l’ultima corteccia di legno – mi raccontava di lui, aneddoti, di quando lavoravano insieme i prati, la vigna, i boschi, l’orto. Quando preparavano la legna per l’inverno.
Tutta una vita…

E ancora una volta penso che mai più nulla sarà come prima, perché una parte integrale del nostro mondo s’è n’è andata, lasciandoci orfani di padre, consapevoli che la sorte non ci avrebbe dato tregua, finche non avesse fatto di noi anche orfani di madre.
E quando quel giorno verrà, nessuno, mai più nessuno, ci chiamerà figlio o figlia.
“Ma non oggi, e neanche domani!“ penso determinata, aggrappandomi ad un fuscello di speranza ottimistica, priva di rassegnazione.
“No, ne oggi, ne domani!”
Non c’è fretta. Nessuna fretta per l’inevitabile, a mio malgrado conscia, che la vita non avrà mai un lieto fine… per nessuno di noi

Dolores Fuentes-Trento